martedì 29 giugno 2010

SAN DIEGO - JUDY, JEEP&MULTA



Eccomi a San Diego (sono arrivato il 27). Il viaggio da Los Angeles a qui, nonostante sia breve, è stato piuttosto impegnativo: shuttle dall'hotel all'aeroporto, bus fino a Union Station, treno fino a Irvine, bus fino a San Diego downtown e bus fino all'aeroporto, dove dovevo ritirare la macchina che ho noleggiato.
Bene, ricordate il pitale con le ruote che mi avevano dato a San Francisco, la Chevy bianca? Ecco, questa - se possibile - è peggio.
Trattasi di Jeep Compass grigio metallizzato a benzina (prima foto), paurosamente fuori di convergenza, con la frizione che non stacca mai prima delle 40 miglia, che consuma come una petroliera iraniana ma non va nemmeno a tirarla in discesa.
Ed è un peccato, perché per arrivare nel posto in cui sto (La Mesa, una zona collinare a una decina di miglia dal centro) ci sono un paio di strade in cui ti vien voglia di frenare col sinistro (se non fosse che 'sta cazzo di jeep si ribalta in posteggio).
Detto questo, ho preso una stupidissima multa (seconda foto) per divieto di sosta. Le linee del posteggio erano disegnate per terra, ma sul marciapiede c'era una striscia rossa. Totale: 65$. Figli di buona donna. In confronto a questi, i nostri ausiliari della sosta sono quasi simpatici: girano a bordo di una stupidissima macchinina da golf con i lampeggianti gialli e distribuiscono multe a valanga.
Veniamo alle note positive. Sono ospite di Judy, zia di una mia amica, che abita in una splendida villa con piscina a La Mesa, una zona collinare appena fuori da San Diego. L'ospitalità californiana (lei in realtà è una canadese trapiantata in California) è incredibile. E il mio inglese è migliorato di più in due giorni di chiacchiere con Judy che in dieci di viaggio da solo.

A.

domenica 27 giugno 2010

IF YOU THINK YOU'RE COOL, YOU'VE NEVER BEEN IN SANTA MONICA





...and if you think you're crazy, you've never been in Venice Beach.
Che posto! Stamattina (ultimo giorno a Los Angeles) sveglia di buon'ora, colazione nello Starbucks (ovviamente) dell'hotel e rotta verso Venice Beach e Santa Monica.
Un paio d'ore di bus e arrivo a Venice, con uno studente di San Paolo conosciuto alla fermata, con il quale ho parlato a lungo di Ayrton Senna. Piccola curiosità: nei dintorni di L.A. ci sono incroci così grandi, che se hai il bus dall'altra parte della strada dopo cinque minuti, non è detto che tu riesca a prenderlo. Davvero.
Venice è decisamente il posto più strano, colorato, allucinato e lisergico che abbia visto fino ad ora negli States. Patria degli skaters, rifugio per hippie sconclusionati, piazza per ambulanti strampalati e artisti di strada: a Venice puoi farti fare un massaggio hawaiano per due dollari, assistere a un freak show per cinque o entrare in uno dei posti che ti vendono marijuana a scopo "medicinale".
Con un po' di voglia e pazienza, in circa 40 minuti si arriva a piedi da Venice a Santa Monica, dove si trova una delle spiagge più cool dell Pacific Coast: sabbia finissima e pulita, oceano verde smeraldo, torrette lifeguard da Baywatch. Un vero spettacolo.
Da Venice a Santa Monica corre una lunghissima pista ciclabile, che si percorre in bici, pattini o rollerblade. Da vedere, sempre a Venice, anche lo skate park in riva al mare; la culla dello skate è proprio in questa piccola fetta di California, a Santa Monica, su Dogtown. Santa Monica è anche una mecca anche per gli amanti del fitness, con la sua Muscle Beach, una porzione di spiaggia con attrezzi a cielo aperto dove ci si allena davanti alla gente.

Domattina, presto, parto per San Diego, dove rimarrò fino all'1 luglio, prima di volare in direzione New York.

Non so se sarò "wired" fino a NY

saluti

A.

Nelle foto:
1 - welcome to Venice Beach
2 - chiacchiero con un guardaspiaggia
3 - Santa Monica, oceano
4 - Santa Monica, Muscle Beach


Nel video:
Venice Beach Soundtrack, un negozio di tatoo

JACKO'S ANNIVERSARY @ HOLLYWOOD




Un anno fa, come ieri, moriva Michael Jackson. A ricordarmelo c'ha pensato la Walk of Fame: ieri sera sono andato a Hollywood, e ho incontrato decine di persone che rendevano omaggio a Jacko.
L'albergo è maledettamente distante dal centro di Los Angeles: dallo Sheraton a Hollywood ho impiegato due ore. Shuttle dall'hotel all'aeroporto, bus granturismo dall'aeroporto alla Union Station (bellissima, metro da Union a Hollywood Blvd.
La Walk of Fame - la camminata lungo Hollywood Blvd con le stelle sul selciato, dedicate alle celebrità - è suggestiva e affascinante, ma non più di quanto ci si possa aspettare.
Mai visto un posto con così tanta luce artificiale. Potete scattare foto in piena notte senza bisogno del flash. E mai vista una tale concentrazione di limousine e hummer-limousine. Che dire...va visto, ovvio, ma per i miei gusti è eccessivo. Lo paragonerei a una grande giostra. Da notare che, a due passi dalla Walk of Fame, c'è un'enorme e supersorvegliata sede della chiesa di Scientology, nota per annoverare tra i propri adepti molte star del cinema (Tom Cruise, ad esempio).
Ho apprezzato le celebrazioni della morte di Michael Jackson. Non ricordavo che l'anniversario cadesse il 25 giugno. Il marciapiede di Hollywood Blvd era pieno di gente col guantino brillantato da Jacko, che ballava, piangeva o cantava in coro per ricordare la scomparsa del Re del pop.

Nelle foto:
1 - le impronte di Steve McQueen
2 - una limousine e una limo Hummer
3 - sulla stella di Billy "Babbo Bastardo" Bob Thornton

Nel video:
un gruppo di persone canta in coro per ricordare Michael Jacksn, su Hollywood Blvd


sabato 26 giugno 2010

WELCOME TO LOS ANGELES


Sono appena arrivato. L'hotel (Sheraton Gatweay) è di categoria: piscina, palestra, Starbucks interno e un ristorante che si chiama "Paparazzi". Bella anche la camera (nella foto).
Ora scappo a Hollywood (non è affatto vicino), resto qui solo due notti quindi devo capitalizzare ogni minuto. Domani, Venice Beach e Santa Monica.

Au revoir

A.

venerdì 25 giugno 2010

ALCATRAZ&CRAMP, LAST DAY IN THE BAY





Ultimo giorno a San Francisco. Domani (anzi, oggi, visto che sono le tre di notte) volo a Los Angeles.
Oggi sono stato sull'isola di Alcatraz, sede del famoso penitenziario di massima sicurezza, chiuso nel 1963, che ha ospitato i criminali più pericolosi di un trentennio (tra cui Al Capone).
Un tour molto "americano" (super-iper organizzato, pure troppo) ma affascinante: l'isola - nonostante ci sia un vento e un freddo pauroso - è molto piacevole da visitare, al di là del penitenziario. E' una riserva, parte del parco di Golden Gate.
Il carcere è molto scenico, fa impressione vedere quanto fossero piccole le celle e quanto fosse angosciante l'isolamento. Non penso che Alcatraz fosse particolarmente all'avanguardia, nel sistemi di sicurezza. Era sufficiente il mare. Chiunque fosse riuscito a evadere e avesse provato a nuotare fino a San Francisco, sarebbe morto congelato nell'acqua (gelida) o annegato dalle forti correnti della baia.
La regola numero 5 del penitenziario parla dei privilegi. PRIVILEGES. You are entitled to food, clothing, shelter and medical attention. Anything else that you get is a privilege. Hai diritto a mangiare, vestirti, ad avere un riparo e cure mediche. Tutto il resto, è un privilegio.
La location di Alcatraz era un'ulteriore tortura per i reclusi, che dalle sbarre potevano vedere il luccichio della splendida San Francisco: aveva il mondo libero a due passi ma per anni non lo avrebbero vissuto.
Al ritorno, mi son fermato in un ristorante di Fisherman's Wharf per assaggiare il famoso roasted crab, un granchiozzo gigante arrostito e accompagnato con una salsa particolare. Molto gustoso e abbondante (per una ventina di dollari mi hanno portato mezzo chilo di granchio). Dopo cena sono andato all'Infusion Lounge Club, che conoscevo già dalla sera prima.

Ci risentiamo da Los Angeles

A.

giovedì 24 giugno 2010

SAN FRANCISCO NEIGHBORHOODS






Rieccomi, dopo due giorni passati a scarpinare tra le colline di San Francisco.
Faticoso. 'Ste cacchio di colline sono davvero ripide. Coreografici (e carucci, 5$ a corsa) i "cable car", i trenini con i cavi nei binari che scalano le hills. Nelle ultime 48 ore ho volutamente preso pochissimi mezzi, ho preferito faticare un po' ma tentare di scoprire i quartieri di SF palmo a palmo, camminando a zonzo.
Ieri mattina sono partito da Chinatown: splendida. Conviene togliersi gli auricolari dell'iPod, perché un quartiere simile va gustato con tutti i sensi, senza perdersi rumori, musica e profumi che invadono la strada principale, Grant Avenue, dov'è situata la porta d'ingresso (nella prima foto): attraversato questo confine, sembra d'essere a Pechino. Bisogna faticare per trovare una scritta nel nostro alfabeto (soprattutto nei vicoli). Esistono solo tre tipi di negozi: chincaglierie&antichità, hi-tech e ristoranti. A Chinatown si può comprate di tutto a meno di cinque dollari; non è raro trovare addirittura magliette stampate a un dollaro (!). Alcune decorazioni dei palazzi sembrano il set di un film, tanto sono surreali.
Chinatown comincia all'improvviso, dopo il "confine" della porta su Grant Ave, ma finisce in modo graduale: avvicinadosi a North Beach, le scritte in cinese diventano via via più rare, fino a lasciar posto alla "italiana" Columbus Avenue. Da qui sono andato a Lombard St, nella "crookedest street", la via - dicono gli americani - più tortuosa al mondo (seconda foto). E' un tratto di Lombard St dove, per diminuire la pendenza, è stata realizzata una dozzina di tornanti strettissimi, adornati da aiuole e fiori. Ho deciso poi di scendere verso Fisherman's Wharf, una zona portuale affascinante, pittoresca, ricca di storia e ben curata. Domani partirò da lì per andare sull'isola di Alcatraz, e al ritorno mangerò il famoso crab (granchio) offerto da qualsiasi ristorante di Fisherman's Wharf. Al Pier 39, il molo più antico, ho visto i leoni marini, paciosi, pigri e puzzolenti bestioni che si crogiolano sulla banchina (terza foto).
Tutte queste zone sono a nord del centro (Union Square). Oggi sono stato invece a sud, partendo dal pittoresco Mission District, costellato di murales (quarta foto). Da lì, ho camminato fino a Castro, il famoso quartiere gay: francamente, mi aspettavo qualcosa di più eccessivo (magari di sera lo è). La Castro St è una via ben tenuta, piena di negozi alla moda e qualche boutique con articoli un po' "ambigui". E' costellata di bandiere della pace, questa settimana a SF è la "pride week".
Da Castro, evitando di prendere il bus, ho camminato lungo Market St, un vialone che porta fino in centro, son passato dal quartiere di SoMa e ho visitato i giardini di Yerba Buena (quinta foto): un vero spettacolo. Un paradiso di verde, perfetto, con tanto di cascata, in mezzo ai grattacieli. Ho chiuso la giornata passando dal Civic Center, per vedere la monumentale City Hall. Unica nota negativa: dal centro al Civic Center ho toppato una via e mi son ritrovato in un quartieraccio, dove il problema non era tanto il fatto che fossi l'unico bianco nel raggio di un miglio, ma che fossi l'unico (credo) con in tasca più di venti dollari. Mi era già capitato nei giorni scorsi, a SF: se sbagli una via, anche in pieno centro, puoi finire in zone poco raccomandabili. Ma se sei svelto ne esci altrettanto in fretta.
Domani vado sull'isola di Alcatraz, a visitare l'ex prigione di massima sicurezza. Dopodmani volo verso Los Angeles.

Saluti

A.

mercoledì 23 giugno 2010

DRIVIN' USA. Parentesi.



L'argomento mi sta molto a cuore. Perciò ero curioso di guidare un po' qui, negli States. E dopo 200 miglia percorse a bordo di un pitale con le ruote (una Chevrolet Cobalt bianca automatica) tra San Francisco, Berkeley e la Sonoma Valley, posso fare qualche considerazione.
A guidare in America (come immaginavo) ci si fa due palle come due angurie. Una noia mortale. Ho fatto bene a non noleggiare la Dodge Charger: l'avrei presa per mettere il cruise control a 55 miglia.
I limiti, oltre a essere così bassi da risultare (almeno per me) molto difficili da rispettare, sono insensati. In alcune autostrade a 4 corsie c'è il limite di 55 (!) miglia, meno di cento all'ora. Ma sulla strada a doppio senso che porta a Sonoma, nel mezzo di una bella vallata californiana, il limite è 50 mph. Appena 5 mph in meno.
E' come se sulle nostre provinciali il limite fosse 110 all'ora; o, meglio, come se sulle autostrade fosse di 70 all'ora.
Il traffico per entrare a San Francisco nelle ore di punta è congestionato, appena sono arrivato ho fatto un'ora di coda. Ma, passate le tangenziali esterne, una volta all'interno della città il traffico è scorrevole, se paragonato a Milano. Gli americani sono tendenzialmente più rispettosi delle regole, alla guida sembrano più educati: perciò, l'italiano abituato a fare a sportellate in corso Buenos Aires o sul Raccordo Anulare ha vita facile.
Piccolo problema: NON ESISTONO LE CURVE. Solo svolte a 90 gradi in città. Le highways sono degli interminabili rettilinei, con delle leggere pieghe che chiamare curve sarebbe troppo generoso. Noiosissimo. Quindi, bisogna innestare il cruise control a 55 mph (da noi è ancora optional, qui lo montano praticamente tutte le auto), mettersi l'anima in pace e trovare qualcos'altro da fare (musica, telefono, ecc) mentre l'auto viaggia praticamente da sola.
Solo nella Sonoma Valley ho trovato qualche curva decente: per un paio di miglia ho frenato col sinistro (a buon intenditor...), ma il divertimento è finito nel giro di due minuti.

Alé!

A.

Nelle foto:
1 - la mia Chevrolet Cobalt posteggiata nel parcheggio di Infineon Raceway, a Sonoma
2 - foto dall'abitacolo mentre attraverso il Golden Gate Bridge, alle sette di domenica mattina