venerdì 9 luglio 2010

THE END. PASSO&CHIUDO


Eccomi all'ultimo atto. Dopo questo post, il blog non verrà più aggiornato. Il motivo per cui l'ho aperto si è esaurito: sono tornato a casa. Viaggio finito, portato a termine senza grossi imprevisti, con un'ottima dose di soddisfazione e un migliaio di foto.
L'orologio segna le 6.25, ma per il mio cervello è mezzanotte e mezza (alla faccia di chi dice che "dal fuso orario ti riprendi in un attimo").
Questo viaggio mi ha lasciato una valanga di ricordi (e un conto corrente decisamente più snello), credo di averlo fatto nel modo e nei tempi a me più congeniali.
Tirando le somme: ventidue giorni in Usa, cinque città (Seattle, San Francisco, Los Angeles, San Diego, New York), otto voli, circa ottocento miglia in macchina.
Ogni città mi ha colpito per qualche caratteristica (fisionomia, clima, atmosfera, gente). In cima metterei forse San Francisco. In coda invece metto New York: sarà stato il caldo devastante, l'albergo non troppo ospitale. Sarà, semplicemente, che son tagliato più per la California, ma - come già scrivevo qualche giorno fa - non mi sono innamorato di New York. Sono contento di averla vista, ma forse non ci tornerei.
A volte notiamo i dettagli. A me, ad esempio, ha colpito lo stile di vita di molti americani: cibi assurdi e niente acqua (solo bibite), shuttle e navette anche per fare 200 metri, aria condizionata ghiacciata in ogni dove. Ora, io non sarò un salutista, ma questo mi pare troppo. Esiste una ragionevole via di mezzo tra l'ammazzarsi di soda alle nove di mattina e correre come un invasato a Central Park all'alba.
L'America è un Paese straordinariamente grande, non posso dire né di averlo visto, né di averlo girato. Ne ho osservato un pezzetto, significativo e rappresentativo. Ci vivrei? Forse no. O forse, solo in alcune zone della California.
Ora è il momento di chiudere. Un saluto, quindi, a chi ho conosciuto in America e a chi, da casa, leggendo questo diario ha condiviso con me qualche istantanea di viaggio.

Passo e chiudo

Olé

Andrea

mercoledì 7 luglio 2010

(QUASI) LAST DAY IN NY

Ed eccomi, praticamente, alla fine. Niente foto, perché la connessione dell'hotel è scaduta (domattina faccio il check out) e scrivo dall'iPhone. Oggi, giornata dedicata a cazzeggio e shopping: passeggiata sulla quinta, Times Square (per la seconda volta), Huston e poi di nuovo sulla quinta, per una puntatina all'Apple Store.
Nonostante il caldo devastante e l'umidità da palude, sto iniziando ad apprezzare New York. Ma non posso dire di essermene innamorato. Sono contento di averla vista, ma non so se ci tornerei: in California, invece, ci tornerei di corsa domattina. Domani lascio l'hotel ma ho l'aereo per Londra alle nove di sera, quindi potrò dedicare ancora qualche ora a NY.

Saluti

A.

martedì 6 luglio 2010

PS1, QUEENS, SOHO&TRIBECA




Credo (o meglio, spero) di essere sulla via della guarigione. Oggi per la prima volta sono uscito da Manhattan, per andare nel Queens, al PS1 Contemporary Art, che fa parte del Moma. Rimango sempre scettico sull'arte contemporanea (probabilmente non fa per me) ma devo ringraziare l'amico Mattia, non tanto per avermi consigliato il PS1, quanto per avermi suggerito di farmi un giro all'esterno del centro sociale del Queens per vedere i graffiti. Un vero spettacolo. Ecco, per me quella è arte contemporanea.
Il resto della giornata l'ho passato invece a cazzeggiare tra Soho e Tribeca, nelle vie dello shopping. Io non sono certo un malato di shopping, ma tra Lafayette, Broadway, Prince e Spring St si può davvero trovare di tutto. A tutti i prezzi.
Stasera sushi e poi al Fatbaby dell'East Village, un club carino, a circa 20 minuti a piedi da Union Square.

Saluti

A.

Nelle foto:

- PS1
- Queens
- graffiti nel Queens

lunedì 5 luglio 2010

3rd DAY in NY - MOMA, TIMES & UN PO' DI SFIGA




Aria condizionata maledetta. In città ci sono 40 gradi e dentro i treni della subway mettono l'aria condizionata a 15 gradi. Risultato: stamattina mi son svegliato con un maldigola devastante e un po' di febbre (credo). Perciò, mattinata a letto, bomba di medicine a mezzogiorno e uscita pomeridiana. Prima tappa: farmacia. Spiegare che avevo bisogno delle pastiglie per il mal di gola non è stato facile, ma alla fine ce l'ho fatta. Mi ha rifilato delle caramelle tipo Benagol, al gusto fragola: sanno di Big Babol scadute. Un vero schifo.
Sono andato poi al Moma: non mi sono piaciuti tutti e sei i piani. Rimango dell'idea (personalissima) che nell'arte contemporanea (primo piano) il confine tra idea geniale e Garpez (una cagata) sia moooolto sottile.
Ho apprezzato particolarmente i piani del design e, ovviamente, molte opere di Warhol. Affascinante anche l'installazione Days di Bruce Neuman: ti siedi al centro di due pannelli dai quali voci diverse ripetono i giorni della settimana in modo sincrono e asincrono.
All'uscita del Moma, mi son spostato sulla ottava per vedere il grattacielo del New York Times: ho chiesto di poter fare un giro all'interno ma è aperto per le visite solo di giovedì.

Nelle foto:
- Moma
- Campbell's soup, Andy Warhol
- New York Times building

domenica 4 luglio 2010

1st&2nd DAY IN NEW YORK





Impatto un po' impegnativo: arrivo al Jfk alle 5.30 di mattina (volo notturno da San Diego), quasi 2 ore per raggiungere l'albergo. Che, per inciso, si salva solo per la posizione (Union Square). Se fosse per il prezzo (alto) rapportato alla qualità, sarebbe assolutamente da bocciare.
Sono partito dalle zone ovviamente più turistiche, che chi non è mai stato a NY (come il sottoscritto) non può saltare. Quindi,Times Square, Empire State Building, Rockfeller Center, Macy, Madison Square Garden, Central Park (parte bassa), Upper East Side, Soho, e Little Italy per il primo giorno, che si è concluso in modo bizzarro: ho conosciuto un tizio e la sua morosa che mi hanno portato, su una macchina assurda (Aucura Tl 4x4 V6 da 300 cv) e con una musica a livelli assurdi, in un club di West Harlem (Morocco), dove prima di entrare ti perquisiscono per assicurarsi che tu non abbia armi (ti ritirano pure le penne).
Stamattina son ripartito dal ponte di Brooklyn, per visitare il Financial District, Wall Street e il New York Stock Exchange. Sono sceso verso Battery Park, per vedere la Statua della Libertà dalla costa, e sono risalito lungo Broadway, fino ai resti delle Twin Towers. La voragine nel World Trade Center è ancora scioccante. Ho chiuso con il museo in memoria delle vittime del 9/11.
Domani proverò a fare un giro nella redazione del New York Times.

Au revoir

A.

Nelle foto:
- Times Square
- grattacieli al tramonto dietro Central Park
- Wall Street
- La voragine al WTC

venerdì 2 luglio 2010

FROM WEST TO EAST





Ho lasciato San Diego. I giorni spesi nella città più meridiaonale della California sono stati davvero piacevoli: l'atmosfera, rilassata e rilassante, il clima mite e temperato, la vita notturna divertente ma non eccessiva, le spiaggie e il sound "messicaneggiante" rendono questa metropoli davvero unica. E, forse, un pochino sottovalutata. A migliorare il mio soggiorno a San Diego ha contribuito senza dubbio la gentilissima Judy, che per quattro giorni mi ha ospitato nella sua splendida villa di La Mesa.
Il secondo giorno ho visitato meglio dowtown, il centro, poi ho passato quasi tutto il pomeriggio più a nord, nel gigantesco parco di Mission Bay. Al ritorno sono passato dalla oldtown. Il giorno successivo l'ho passato in spiaggia: purtroppo la seafog, nebbia marina, non voleva andarsene, quindi il sole era piuttosto pallido e l'acqua dell'oceano troppo ghiacciata per pensare di fare il bagno. Ma l'assenza del sole cocente ha reso più piacevole il pomeriggio passato a giocare a beach volley, sulla spiaggia di South Mission, dove ci saranno - ragionando per difetto - una ventina di campi. Ho conosciuto uno svizzero, un turco e un californiano ed è scattata subito la sfida.
Ah, nota di colore: la sera prima ho incontrato al club una tizia simpatica ma fuori di testa, tale Kelly, "scappata" dal Michigan due mesi fa per vivere in California. Tanto per dire che esistono le zone depresse anche in America, dove ci si deve per forza sposare entro i vent'anni, e dalle quali i giovani scappano pur di avere qualche alternativa.
Mi sono tolto lo sfizio di andare al cinema, Imax experience. Tralasciando il prezzo folle del biglietto (18 dollari), posso dire di aver visto un film su uno schermo grande quanto la facciata di due palazzi. Davvero nulla a che vedere con i più grandi multiplex italiani.
Ora qui è notte. Sono in aereo, tra poco arriverò a New York, dove il fuso orario sarà più vicino all'Italia: adesso a Ny sono le 4.20 (in California è la 1.20), infatti dal finestrino si inizia a vedere l'alba. Provo a fotografarla.

Saluti, ci si sente da New York

A.

Nelle foto:

1 - Mission Bay
2 - la piscina della casa di Judy
3 - il gigantesco cinema
4 - aurora su Ny, dall'aereo

martedì 29 giugno 2010

1st DAY IN SAN DIEGO - LAID BACK





L'atmosfera di San Diego è tranquilla, quieta. Davvero rilassante. La città è parecchio grande (1,4 milioni di abitanti, se non sbaglio) ma non hai mai la sensazione di essere in una metropoli. Nemmeno nella downtown.
Sarà la vicinanza col Messico. Sarà che gli abitanti di S.Diego sanno godersela, sarà che avere 20 gradi di giorno per buona parte dell'anno aiuta a migliorare l'umore. Fatto sta che il clima è davvero piacevole.
Ieri mattina sono partito da Little Italy, carino, che di "Italy" però ormai ha solo i colori e qualche ristorante. Poi ho fatto un salto al gigantesco Balboa Park, all'interno del quale credo ci siano più di 20 musei: ho visto l'Automotive Museum, nulla di eccezionale (a parte la Datsun di Paul Newmann), e la San Diego Hall of Champions. Otto dollari spesi male, a meno che non siate fanatici di football. Però, all'ingresso, c'è la statua di Rocky Balboa che venne usata nel film.
Dal Balboa Park sono quindi andato al waterfront, dov'è ormeggiata una portaerei trasformata in un museo della marina: volevo salirci, ma mancava un'ora alla chiusura e per visitarla ne servivano almeno due. Così ho camminato fino al Seaport Village, un miglio più a sud.

A.

Nelle foto:
1 - Downtown di notte
2 - la statua di Rocky Balboa
3 - la Datsun di Newmann
4 - Seaport Village

SAN DIEGO - JUDY, JEEP&MULTA



Eccomi a San Diego (sono arrivato il 27). Il viaggio da Los Angeles a qui, nonostante sia breve, è stato piuttosto impegnativo: shuttle dall'hotel all'aeroporto, bus fino a Union Station, treno fino a Irvine, bus fino a San Diego downtown e bus fino all'aeroporto, dove dovevo ritirare la macchina che ho noleggiato.
Bene, ricordate il pitale con le ruote che mi avevano dato a San Francisco, la Chevy bianca? Ecco, questa - se possibile - è peggio.
Trattasi di Jeep Compass grigio metallizzato a benzina (prima foto), paurosamente fuori di convergenza, con la frizione che non stacca mai prima delle 40 miglia, che consuma come una petroliera iraniana ma non va nemmeno a tirarla in discesa.
Ed è un peccato, perché per arrivare nel posto in cui sto (La Mesa, una zona collinare a una decina di miglia dal centro) ci sono un paio di strade in cui ti vien voglia di frenare col sinistro (se non fosse che 'sta cazzo di jeep si ribalta in posteggio).
Detto questo, ho preso una stupidissima multa (seconda foto) per divieto di sosta. Le linee del posteggio erano disegnate per terra, ma sul marciapiede c'era una striscia rossa. Totale: 65$. Figli di buona donna. In confronto a questi, i nostri ausiliari della sosta sono quasi simpatici: girano a bordo di una stupidissima macchinina da golf con i lampeggianti gialli e distribuiscono multe a valanga.
Veniamo alle note positive. Sono ospite di Judy, zia di una mia amica, che abita in una splendida villa con piscina a La Mesa, una zona collinare appena fuori da San Diego. L'ospitalità californiana (lei in realtà è una canadese trapiantata in California) è incredibile. E il mio inglese è migliorato di più in due giorni di chiacchiere con Judy che in dieci di viaggio da solo.

A.

domenica 27 giugno 2010

IF YOU THINK YOU'RE COOL, YOU'VE NEVER BEEN IN SANTA MONICA





...and if you think you're crazy, you've never been in Venice Beach.
Che posto! Stamattina (ultimo giorno a Los Angeles) sveglia di buon'ora, colazione nello Starbucks (ovviamente) dell'hotel e rotta verso Venice Beach e Santa Monica.
Un paio d'ore di bus e arrivo a Venice, con uno studente di San Paolo conosciuto alla fermata, con il quale ho parlato a lungo di Ayrton Senna. Piccola curiosità: nei dintorni di L.A. ci sono incroci così grandi, che se hai il bus dall'altra parte della strada dopo cinque minuti, non è detto che tu riesca a prenderlo. Davvero.
Venice è decisamente il posto più strano, colorato, allucinato e lisergico che abbia visto fino ad ora negli States. Patria degli skaters, rifugio per hippie sconclusionati, piazza per ambulanti strampalati e artisti di strada: a Venice puoi farti fare un massaggio hawaiano per due dollari, assistere a un freak show per cinque o entrare in uno dei posti che ti vendono marijuana a scopo "medicinale".
Con un po' di voglia e pazienza, in circa 40 minuti si arriva a piedi da Venice a Santa Monica, dove si trova una delle spiagge più cool dell Pacific Coast: sabbia finissima e pulita, oceano verde smeraldo, torrette lifeguard da Baywatch. Un vero spettacolo.
Da Venice a Santa Monica corre una lunghissima pista ciclabile, che si percorre in bici, pattini o rollerblade. Da vedere, sempre a Venice, anche lo skate park in riva al mare; la culla dello skate è proprio in questa piccola fetta di California, a Santa Monica, su Dogtown. Santa Monica è anche una mecca anche per gli amanti del fitness, con la sua Muscle Beach, una porzione di spiaggia con attrezzi a cielo aperto dove ci si allena davanti alla gente.

Domattina, presto, parto per San Diego, dove rimarrò fino all'1 luglio, prima di volare in direzione New York.

Non so se sarò "wired" fino a NY

saluti

A.

Nelle foto:
1 - welcome to Venice Beach
2 - chiacchiero con un guardaspiaggia
3 - Santa Monica, oceano
4 - Santa Monica, Muscle Beach


Nel video:
Venice Beach Soundtrack, un negozio di tatoo

JACKO'S ANNIVERSARY @ HOLLYWOOD




Un anno fa, come ieri, moriva Michael Jackson. A ricordarmelo c'ha pensato la Walk of Fame: ieri sera sono andato a Hollywood, e ho incontrato decine di persone che rendevano omaggio a Jacko.
L'albergo è maledettamente distante dal centro di Los Angeles: dallo Sheraton a Hollywood ho impiegato due ore. Shuttle dall'hotel all'aeroporto, bus granturismo dall'aeroporto alla Union Station (bellissima, metro da Union a Hollywood Blvd.
La Walk of Fame - la camminata lungo Hollywood Blvd con le stelle sul selciato, dedicate alle celebrità - è suggestiva e affascinante, ma non più di quanto ci si possa aspettare.
Mai visto un posto con così tanta luce artificiale. Potete scattare foto in piena notte senza bisogno del flash. E mai vista una tale concentrazione di limousine e hummer-limousine. Che dire...va visto, ovvio, ma per i miei gusti è eccessivo. Lo paragonerei a una grande giostra. Da notare che, a due passi dalla Walk of Fame, c'è un'enorme e supersorvegliata sede della chiesa di Scientology, nota per annoverare tra i propri adepti molte star del cinema (Tom Cruise, ad esempio).
Ho apprezzato le celebrazioni della morte di Michael Jackson. Non ricordavo che l'anniversario cadesse il 25 giugno. Il marciapiede di Hollywood Blvd era pieno di gente col guantino brillantato da Jacko, che ballava, piangeva o cantava in coro per ricordare la scomparsa del Re del pop.

Nelle foto:
1 - le impronte di Steve McQueen
2 - una limousine e una limo Hummer
3 - sulla stella di Billy "Babbo Bastardo" Bob Thornton

Nel video:
un gruppo di persone canta in coro per ricordare Michael Jacksn, su Hollywood Blvd


sabato 26 giugno 2010

WELCOME TO LOS ANGELES


Sono appena arrivato. L'hotel (Sheraton Gatweay) è di categoria: piscina, palestra, Starbucks interno e un ristorante che si chiama "Paparazzi". Bella anche la camera (nella foto).
Ora scappo a Hollywood (non è affatto vicino), resto qui solo due notti quindi devo capitalizzare ogni minuto. Domani, Venice Beach e Santa Monica.

Au revoir

A.

venerdì 25 giugno 2010

ALCATRAZ&CRAMP, LAST DAY IN THE BAY





Ultimo giorno a San Francisco. Domani (anzi, oggi, visto che sono le tre di notte) volo a Los Angeles.
Oggi sono stato sull'isola di Alcatraz, sede del famoso penitenziario di massima sicurezza, chiuso nel 1963, che ha ospitato i criminali più pericolosi di un trentennio (tra cui Al Capone).
Un tour molto "americano" (super-iper organizzato, pure troppo) ma affascinante: l'isola - nonostante ci sia un vento e un freddo pauroso - è molto piacevole da visitare, al di là del penitenziario. E' una riserva, parte del parco di Golden Gate.
Il carcere è molto scenico, fa impressione vedere quanto fossero piccole le celle e quanto fosse angosciante l'isolamento. Non penso che Alcatraz fosse particolarmente all'avanguardia, nel sistemi di sicurezza. Era sufficiente il mare. Chiunque fosse riuscito a evadere e avesse provato a nuotare fino a San Francisco, sarebbe morto congelato nell'acqua (gelida) o annegato dalle forti correnti della baia.
La regola numero 5 del penitenziario parla dei privilegi. PRIVILEGES. You are entitled to food, clothing, shelter and medical attention. Anything else that you get is a privilege. Hai diritto a mangiare, vestirti, ad avere un riparo e cure mediche. Tutto il resto, è un privilegio.
La location di Alcatraz era un'ulteriore tortura per i reclusi, che dalle sbarre potevano vedere il luccichio della splendida San Francisco: aveva il mondo libero a due passi ma per anni non lo avrebbero vissuto.
Al ritorno, mi son fermato in un ristorante di Fisherman's Wharf per assaggiare il famoso roasted crab, un granchiozzo gigante arrostito e accompagnato con una salsa particolare. Molto gustoso e abbondante (per una ventina di dollari mi hanno portato mezzo chilo di granchio). Dopo cena sono andato all'Infusion Lounge Club, che conoscevo già dalla sera prima.

Ci risentiamo da Los Angeles

A.

giovedì 24 giugno 2010

SAN FRANCISCO NEIGHBORHOODS






Rieccomi, dopo due giorni passati a scarpinare tra le colline di San Francisco.
Faticoso. 'Ste cacchio di colline sono davvero ripide. Coreografici (e carucci, 5$ a corsa) i "cable car", i trenini con i cavi nei binari che scalano le hills. Nelle ultime 48 ore ho volutamente preso pochissimi mezzi, ho preferito faticare un po' ma tentare di scoprire i quartieri di SF palmo a palmo, camminando a zonzo.
Ieri mattina sono partito da Chinatown: splendida. Conviene togliersi gli auricolari dell'iPod, perché un quartiere simile va gustato con tutti i sensi, senza perdersi rumori, musica e profumi che invadono la strada principale, Grant Avenue, dov'è situata la porta d'ingresso (nella prima foto): attraversato questo confine, sembra d'essere a Pechino. Bisogna faticare per trovare una scritta nel nostro alfabeto (soprattutto nei vicoli). Esistono solo tre tipi di negozi: chincaglierie&antichità, hi-tech e ristoranti. A Chinatown si può comprate di tutto a meno di cinque dollari; non è raro trovare addirittura magliette stampate a un dollaro (!). Alcune decorazioni dei palazzi sembrano il set di un film, tanto sono surreali.
Chinatown comincia all'improvviso, dopo il "confine" della porta su Grant Ave, ma finisce in modo graduale: avvicinadosi a North Beach, le scritte in cinese diventano via via più rare, fino a lasciar posto alla "italiana" Columbus Avenue. Da qui sono andato a Lombard St, nella "crookedest street", la via - dicono gli americani - più tortuosa al mondo (seconda foto). E' un tratto di Lombard St dove, per diminuire la pendenza, è stata realizzata una dozzina di tornanti strettissimi, adornati da aiuole e fiori. Ho deciso poi di scendere verso Fisherman's Wharf, una zona portuale affascinante, pittoresca, ricca di storia e ben curata. Domani partirò da lì per andare sull'isola di Alcatraz, e al ritorno mangerò il famoso crab (granchio) offerto da qualsiasi ristorante di Fisherman's Wharf. Al Pier 39, il molo più antico, ho visto i leoni marini, paciosi, pigri e puzzolenti bestioni che si crogiolano sulla banchina (terza foto).
Tutte queste zone sono a nord del centro (Union Square). Oggi sono stato invece a sud, partendo dal pittoresco Mission District, costellato di murales (quarta foto). Da lì, ho camminato fino a Castro, il famoso quartiere gay: francamente, mi aspettavo qualcosa di più eccessivo (magari di sera lo è). La Castro St è una via ben tenuta, piena di negozi alla moda e qualche boutique con articoli un po' "ambigui". E' costellata di bandiere della pace, questa settimana a SF è la "pride week".
Da Castro, evitando di prendere il bus, ho camminato lungo Market St, un vialone che porta fino in centro, son passato dal quartiere di SoMa e ho visitato i giardini di Yerba Buena (quinta foto): un vero spettacolo. Un paradiso di verde, perfetto, con tanto di cascata, in mezzo ai grattacieli. Ho chiuso la giornata passando dal Civic Center, per vedere la monumentale City Hall. Unica nota negativa: dal centro al Civic Center ho toppato una via e mi son ritrovato in un quartieraccio, dove il problema non era tanto il fatto che fossi l'unico bianco nel raggio di un miglio, ma che fossi l'unico (credo) con in tasca più di venti dollari. Mi era già capitato nei giorni scorsi, a SF: se sbagli una via, anche in pieno centro, puoi finire in zone poco raccomandabili. Ma se sei svelto ne esci altrettanto in fretta.
Domani vado sull'isola di Alcatraz, a visitare l'ex prigione di massima sicurezza. Dopodmani volo verso Los Angeles.

Saluti

A.

mercoledì 23 giugno 2010

DRIVIN' USA. Parentesi.



L'argomento mi sta molto a cuore. Perciò ero curioso di guidare un po' qui, negli States. E dopo 200 miglia percorse a bordo di un pitale con le ruote (una Chevrolet Cobalt bianca automatica) tra San Francisco, Berkeley e la Sonoma Valley, posso fare qualche considerazione.
A guidare in America (come immaginavo) ci si fa due palle come due angurie. Una noia mortale. Ho fatto bene a non noleggiare la Dodge Charger: l'avrei presa per mettere il cruise control a 55 miglia.
I limiti, oltre a essere così bassi da risultare (almeno per me) molto difficili da rispettare, sono insensati. In alcune autostrade a 4 corsie c'è il limite di 55 (!) miglia, meno di cento all'ora. Ma sulla strada a doppio senso che porta a Sonoma, nel mezzo di una bella vallata californiana, il limite è 50 mph. Appena 5 mph in meno.
E' come se sulle nostre provinciali il limite fosse 110 all'ora; o, meglio, come se sulle autostrade fosse di 70 all'ora.
Il traffico per entrare a San Francisco nelle ore di punta è congestionato, appena sono arrivato ho fatto un'ora di coda. Ma, passate le tangenziali esterne, una volta all'interno della città il traffico è scorrevole, se paragonato a Milano. Gli americani sono tendenzialmente più rispettosi delle regole, alla guida sembrano più educati: perciò, l'italiano abituato a fare a sportellate in corso Buenos Aires o sul Raccordo Anulare ha vita facile.
Piccolo problema: NON ESISTONO LE CURVE. Solo svolte a 90 gradi in città. Le highways sono degli interminabili rettilinei, con delle leggere pieghe che chiamare curve sarebbe troppo generoso. Noiosissimo. Quindi, bisogna innestare il cruise control a 55 mph (da noi è ancora optional, qui lo montano praticamente tutte le auto), mettersi l'anima in pace e trovare qualcos'altro da fare (musica, telefono, ecc) mentre l'auto viaggia praticamente da sola.
Solo nella Sonoma Valley ho trovato qualche curva decente: per un paio di miglia ho frenato col sinistro (a buon intenditor...), ma il divertimento è finito nel giro di due minuti.

Alé!

A.

Nelle foto:
1 - la mia Chevrolet Cobalt posteggiata nel parcheggio di Infineon Raceway, a Sonoma
2 - foto dall'abitacolo mentre attraverso il Golden Gate Bridge, alle sette di domenica mattina

martedì 22 giugno 2010

1st DAY IN SAN FRANCISCO




Quando sono arrivato in hotel, a San Francisco, ho avuto la netta sensazione di essere in un posto meno sicuro rispetto a Seattle.
L'albergo è in centro (dieci minuti a piedi da Union Square), ma la via in cui è situato è meglio percorrerla a passo svelto.
La mia "sensazione" è stata confermata ieri sera dal buttafuori di un locale vicino a Union Square, al quale ho chiesto se la zona fosse sicura di notte. Lui mi ha detto: "Don't worry. You can walk in this way, this way, and this way. But non in that way". Bene, "that way" è O'Farrel St, la via che porta diretto al mio hotel: se un buttafuori gigante di colore moooooolto simile a Mike Tyson mi dice di evitare la via, è meglio ascoltarlo. Perciò per rientrare in camera (sto in Polk St) uso Gaery St, non O'Farrell.
Ieri me la son presa con comodo, dopo le fatiche Nascar. In mattinata ho approfittato della macchina (dovevo riconsegnarla nel pomeriggio) e sono andato a vedere il campus dell'Università di Berkeley (nella prima foto), un vero gioiello. Credo sia una delle locations più belle al mondo per studiare. Mi son tolto pure lo sfizio di visitare una confraternita universitaria, una di quelle con le tre lettere greche appese alla porta. Ai margini del campus ce ne sono a manciate.
In serata ho ascoltato (sbagliando) il consiglio di una tizia di SF: mi ha consigliato di andare a Ocean Beach (nella seconda foto, al tramonto) perché di notte, secondo lei, è molto divertente. Ci sono arrivato dopo 40 minuti di bus: bella, fuori senza dubbio, ma i "parties" a cui si riferiva la signorina erano una dozzina di falò appiccati da giovani fattoni e vecchi hippie. Così sono tornato a Union Square, per una lunghissima camminata fino a North Beach. Secondo il titolare dell'hotel North Beach è un buon posto per fare serata: io ho visto solo topless bar e mignotte. Probabilmente, per lui questo significa far serata. Va bhé. Da notare, sempre a North Beach, l'enorme quantità di fast food e ristoranti simil-italiani. Ho anche incontrato un italiano che fa il "manager" in un locale. L'ho salutato e son tornato di passo svelto verso Union Square. Durante il tragitto, si sfiora la famosa Chinatown (terza foto) di San Francisco, posto straordinariamente sicuro dì notte. E così, dopo un hot dog e una birra, me ne son tornato in hotel verso la una.

A.

NASCAR. TUTTO UN ALTRO MONDO.





Semplicemente, Nascar. Difficile trovare parole adatte a tutto ciò che ho vissuto ieri, sul circuito di Infineon a Sonoma, a un'oretta di macchina da San Francisco. Un'esperienza incredibile.
Sveglia all'alba: alle 6.30 sono già in macchina, una Chevrolet bianca noleggiata la sera prima all'aeroporto di San Francisco.
Imposto l'indirizzo dell'Infineon Raceway sul gps, imbocco un paio di vie e in pochi minuti (la domenica all'alba il traffico, strano a dirsi, non esiste nemmeno nella caotica San Francisco) sono sul Golden Gate Bridge: lo attraverso piano, gustandomelo, mentre il sole spunta dalle colline della Sonoma Valley.
Alle 7 e spicci sono al gate d'ingresso della pista per prendere il biglietto. Più tardi ritiro anche le media credentials, che mi erano state prenotate grazie all'intercessione di Max Papis (nella prima foto, la sua Toyota Camry Geico#13).
Alle otto posteggio la macchina in un kartodromo (!) situato sulla parte alta della vallata, dalla quale si domina tutto lo splendido tracciato di Infineon: una dozzina di curve in contropendenza che salgono e scendono dalle colline della Sonoma Valley.
Mentre mi dirigo ai garage, passo per la zona merchandising, dove si può comprare di tutto (cappelli, magliette, gadget, etc) di ogni pilota.
E finalmente entro nei pits. Quasi non ci credo: abituato al mondo asettico delle gare europee (dove entrare nei paddock della F1, ormai, è praticamente impossibile), rimango colpito da quanto l'ambiente Nascar - che come indotto e popolarità è la Formula Uno d'oltreoceano) - sia a misura d'uomo. Professionale, ma al tempo stesso umano.
I mecccanici lavorano sulle auto, in attesa delle tech inspections. E tu stai lì a guardarli, senza security, a un metro, senza divisori che ti obbligano a stare a venti metri. Puoi sbirciare nell'abitacolo, puoi farti scattare una foto di fianco all'auto del tuo pilota preferito (che probabilmente incontrerai in una delle tante e "obbligatorie" autograph session).
Nulla a che vedere col mondo della Formula Uno, dove quando un pilota ti firma un autogrfo sembra farti un favore, dove se osi avvicinarti a un garage ti tagliano un piede.
Qui è tutto diverso. Con una manciata di dollari (mi pare 80) compri il Pit&Garage Cold Pass, che ti permette di gironzolare tra i box e nella pit lane fino a un'ora prima dall'inizio della gara. Il video che vedete sotto è uno dei tanti che ho fatto nei garage.
Spettacolari anche le tech inspections. I meccanici spingono queste splendide e coloratissime auto lungo un percorso a tappe: in ogni stazione, i commissari controllano misure, pesi, tolleranze e parametri diversi. Dopo aver passato l'ultima stazione (engine check) le macchine vengono spinte fino alla pit lane, schierate in attesa della partenza.
Mi ha colpito molto anche l'aspetto tecnico delle Nascar: sono auto. Vere auto. Tutta meccanica, niente elettronica. Girando per box vedrete una gran quantità di gomme, cassette degli attrezzi e taniche di benzina. Null'altro. Né termocoperte, né computer sui tetti delle auto. Tire warmer e telemetria sono VIETATI.
Per guidare queste macchine servono le palle: sono pesanti e hanno una valanga di cavalli (quasi 900, distribuiti con la coppia mostruosa dei V8) da gestire senza controlli elettronici. Niente traction control, niente assistenza alla frenata. Niente cambio sequenziale: innesti frontali, 4 marce ad H. Una MACCHINA, non laboratorio aeronautico con le ruote come la F1.
Una macchina. Se arrivi mezzo metro lungo non gira più, se sbagli a dosare il gas ti lascia senza gomme in un attimo.
Il pre-gara è un vero spettacolo: i piloti vengono presentati uno ad uno, scendono da una scaletta e salgono su un pickup che li porta a fare il giro del circuito per salutare il pubblico. Il tutto, condito da musica, fuochi d'artificio e i jet dell'esercito americano che sfrecciano nel cielo della California sulle ultime note dell'inno nazionale.
Poi, dagli altoparlanti partono le most famous words in motorsport: GENTLEMEN, START YOUR ENGINES!
E qui la cosa si fa seria. Il ruggito di quaranta V8 squarcia l'aria. Il serpentone di macchine si muove lentamente ed esce dalla pit lane: tre giri di allineamento, e via!
Partenza lanciata, i piloti si lanciano nel primo rampino a duecento all'ora. I primi giri sono uno spasso: così tanti sorpassi non si vedono nemmeno in un'intera stagione di Formula Uno.
La gara è lunghissima (tre ore), viene rallentata da una decina di caution e da una bandiera rossa. Dopo ogni bandiera gialla, il restart è sempre un'emozione. La girandola di pit stop e caution mischia le carte in tavola, al punto che il duello tra Jimmie Johnson e Marcos Ambrose viene deciso a 7 giri dalla fine (la gara ne durava 110). Vince Jimmie, portato in trionfo sul podio, con la macchina, e acclamato come un eroe. Torno in hotel in serata, esausto ma davvero felice.
Dopo cena vado a trovare Max Papis (il primo, e per ora unico, pilota italiano che riesce a correre in Nascar): dopo un'intervista e una lunga chiacchierata, me ne vado da Sonoma ancora più convinto che QUESTE siano le corse vere.
Gli americani si riferiscono alle gare Nascar usando non la parola race, gara, ma event, evento. E ora capisco perché.

Ciao!

A.

Nelle foto, dall'alto:
1 - La Toyota Camry#13 Geico di Max Papis durante la tech inspection
2 - La Chevrolet Impala#24 di Jeff Gordon ai box
3 - Un cockpit Nascar, col tipico volante tondo in pelle e il contagiri centrale
4 - Action: il vincitore, Johnson, precede Ambrose alla curva due

Nel video: la Chevrolet Impala #29 di Kevin Harvick, leader del campionato Nascar, durante il riscaldamento ai box


domenica 20 giugno 2010

WELCOME TO CALIFORNIA

arrivato a San Francisco. Il tempo in California è decisamente più mite, anche se l'atmosfera familiare di Seattle già mi manca un pochino. All'autonoleggio mi hanno dato una Chevrolet berlina bianca, nuova di zecca. Non male. Ma per arrivare in città ho fatto un'ora di coda sulla tangenziale. Ottimo hotel, anche se la connessione fa cagare (ora sto scrivendo con l'iPhone da una birreria), perciò nei prossimi sei giorni aggiornerò molto più raramente.. L'impatto con SF non è stato facile, mi ci sto abituando. Domani sveglia all'alba: vado a Sonoma a vedere una gara Nascar.

Au revoir

A.

sabato 19 giugno 2010

GOODBYE, SEATTLE


E' mattina, qui sono le 8.10. Tra poco vado (come al solito) a fare colazione da Starbucks e poi saluterò Seattle, che mi lascia con la sua firma: cielo plumbeo e pioggerellina.
Me ne vado con un ottimo ricordo. Oltre alla città in sé, non potrò dimenticare la gentilezza e la cortesia degli abitanti: gente che, quando chiedi un'informazione e poi ringrazi, ti risponde "thank you for asking", grazie a te per aver chiesto.
A tal proposito, un episodio esemplare mi è accaduto sul bus: a Capitol Hill avevo solo pezzi da 5$, per legge l'autista non può cambiare banconote. Quindi, o hai due pezzi da 1$, o stai giù. Un signore ha visto la scena, ha tirato fuori dalla tasca 2$ e ha preso il biglietto per me: da cittadino di Seattle si sentiva in dovere di aiutare un turista. Altro esempio di cortesia sono i passeggeri dei bus, che quando scendono ringraziano l'autista per la corsa.
Unica nota negativa la serata di ieri, ma non certo per colpa della città: sono andato a Pioneer Square, quartiere della movida notturna, e seguendo le indicazioni di un paninaro mi sono infilato nel Last Sopper Club (nella foto), una discoteca da truzzi con una specie di house che la nostra, a confronto, sembra musica neomelodica napoletana. Ho resistito un'oretta, poi sono scappato su un cub (taxi): 10$ per la corsa notturna. Molto economico.

Ci risentiamo da San Francisco!

A.

STARBUCKS&NEIGHBORHOODS, 2nd DAY IN SEATTLE






Anche stamattina, colazione da Starbucks. E penso che lo rifarò fino all'8 luglio.
Vero, fa un po' turista beota, ma c'è qualcosa in Starbucks di particolare. Ed è la chiave (credo) del suo successo.
Non sono certo i caffè: bicchieroni da mezzo litro, tisane al sapore di caffè che qualsiasi locale simile a Seattle vi offre.
Non sono nemmeno i dolci: buoni, soprattutto i muffin e le torte, ma - anche qui - nulla di speciale.
Quel che trovo "irresistibile", da Starbucks, è l'atmosfera. Tranquilla, anche nei punti più incasinati della città (il primo è nato a Seattle, Pike Place, di fronte al mercato). Sarà perché sono in vacanza, quindi tutto sembra più rilassante, però la mattina comincia meglio: entri, e dopo pochi secondi tieni tra le mani un bicchiere caldo, che sembra aiutarti a uscire dolcemente dal torpore mattutino. Ti siedi sulle poltroncine, e mentre il caffè continua a scaldarti le mani, sgranocchi un muffin morbido con un sottofondo di musica piacevole. Oggi, ad esempio, allo Starbucks di Capitol Hill - quartiere un po' alternativo - suonavano dell'ottimo reggae. Capisco anche perché Starbucks (e molti altri caffè) sono nati qui, a Seattle, la città dove - dicono i locali - it always rain: in una fredda e piovosa mattina d'inverno, credo che una colazione come quella appena descritta migliori un po' la giornata.
Veniamo a noi.
Oggi doveva essere un giorno più tranquillo, in realtà ho toppato un paio di scelte e mi son trovato a scarpinare come un maratoneta kenyota. Di mattina sono stato a Capitol Hill (seconda foto), un quartiere alternativo su una collina, a 20 minuti di bus (linea 7 da Queen Avenue N) da Seattle Center. Un centro di controcultura, cool e fricchettone, dove s'incontrano punk e hippie. Pittoresca la via principale che l'attraversa, Broadway St, piena di negozi multietnici tobacco-shop. Camminando, ogni dieci passi le narici vengono invase da aromi fortissimi, spezie e profumi dei piccoli locali che preparano specialità da ogni angolo del mondo. Se cercate un cheeseburger questo posto non fa per voi. Alla fine di Broadway St s'incontra Roy St, e qui iniziano a vedersi casette graziose (stile anglosassone) molto ordinate. Da notare, una piccola libreria che sembra uscita dal film Nothing Hill.
Alla fine del quartiere residenziale si trova il grande Volunteer Park(terza foto), all'interno del quale c'è il Seattle Asian Art Museum: merita d'essere visto, mi è piaciuto quasi più del Seattle Art Museum di Downtown. Sempre all'interno del Volunteer Park si può entrare in una serra (quarta foto), dove i disegnatori si siedono negli angoli per raffigurare a matita i fiori più strani.
Nel pomeriggio sono andato a Fremont, un altro quartiere alternativo a nord del centro, ma ho girato un po' a vuoto e sono finito a mangiare in un posto poco tranquillo: ottimi gli onion rings e il chicken burger, ma il migliore dei clienti sembrava uscito da un film di gansta rap.
Così son tornato in centro, Downtown, per un paio d'acquisti e un the. Stasera vado a Pioneer Square (già vista ieri, di giorno), dove di notte dovrebbe esserci un po' di movida.

A.